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La sindaca di Milano




L’8 marzo mi fa pensare e ripensare alle milanesi.

Intendo per milanesi tutte le donne che scelgono di vivere a Milano. A quelle del passato ho dedicato, insieme agli amici Attilio e Marco, due libri a scopo di beneficenza: Donne cuore di Milano e Le milanesi – Volti luminosi della città. A quelle del presente rivolgo la mia ammirazione.

Rispetto all’Adalgisa del Gadda, si sono via via emancipate, assottigliate, raffinate. Si presentano abbronzate, scollate, sgambate. Truccate, allenate, beneducate. In spiaggia, nel confronto con le altre le bolognesi, le fiorentine, le siciliane – fanno sempre una gran bella figura. Anche se costa una gran fatica essere sempre così perfette: tutte le sere a giocare alla Cenerentola e tutto il giorno a chiedersi come diavolo fare per cambiare la zucca in carrozza.

Sono così innamorato delle milanesi che vorrei vedere, alla prossima occasione, una di loro diventare sindaca. Proprio 80 anni fa le donne votarono per la prima volta alle amministrative, esercitando il diritto di elettorato attivo e passivo. Il voto si svolse in 13 tornate, tra il 10 marzo e il 24 novembre 1946, e risultarono elette sei sindache, di cui due in Sardegna, su 7015 Comuni. Calcolatrice alla mano, è uno striminzito 0,084%.
Da allora molte cose sono cambiate, ma è ancora ultraresistente il soffitto di cristallo che impedisce alle donne di raggiungere i vertici politici.

Milano ha avuto nella sua storia una sola sindaca: Letizia Moratti, dal 2006 al 2011. Donna Letizia però non ha cambiato il paradigma. Lei, che è indiscutibilmente donna – basta vedere come si scatena nel ballo – si è comportata con modalità analoghe, nel bene o nel male, ai colleghi uomini. Il che farebbe desumere una sorta di indistinzione di genere nell’amministrazione della cosa pubblica.
Invece la scommessa è proprio questa: avere donne che vincono il “gioco del trono” non per ripetere il copione prestabilito, mimando – spesso in modo esagerato – la figura del capobranco o del sindaco manager, ma per ridisegnare le regole, i comportamenti, le politiche.

La leadership da inventare non è femminile o maschile: è integrata. Mette insieme il coraggio e la propensione al rischio – storicamente associati al maschile – con l’empatia e l’abilità nel dirimere le controversie e nella costruzione di reti – storicamente associate al femminile.

Abbiamo bisogno come il pane di una leadership non narcisistica ma relazionale, che deponga proprio come si fa con i re l’ego arrogante e arroventato, origine di ogni guerra, e che al contrario dia spazio agli altri, ai loro volti. Volti da comprendere, da rispettare, da accarezzare.

“Cuore di Lombardia” auspica che nel prossimo autunno si tengano le primarie di coalizione e che la scelta cada su una donna. Ce n’è un buon numero emerse nella vita pubblica (ne ho contate almeno sei): scegliamo quella che ci appare più adatta. Io ho già la mia preferita. Non sono ancora autorizzato a dire il suo nome. Ma, ve l’assicuro, sarà un vero schianto.

Saluti profumati come un bel mazzo di mimose,
Giovanni



P.S.: Sabato prossimo 14 marzo alle 10:00 potremo incontraci al Fa’ la cosa giusta ( Fiera Milano Rho - padiglioni 16/20 – piazza Pace e Partecipazione) per un incontro, con Marco Pietripaoli e Giuseppe Matarazzo, su “Camminare per trasformare il mondo: la rivoluzione dei sentimenti e della collaborazione”.
Grazie a tutti quelli che mi aiuteranno a diffondere questa newsletter e a far conoscere il sito www.camminodilombardia.it.

Milano, 8 marzo 2026