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Dopo l’ultimo messaggio sul “socialismo municipale” (meglio “municipalismo socialista” mi ha suggerito il prof. Marco Vitale), qualcuno mi ha scritto invitandomi a sciogliere gli indugi e ad autocandidarmi anch’io.
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Non posso farlo perché devo seguire la road map decisa da Santiago de Compostela: prima la Lombardia, poi la Città Metropolitana. Comunque, il mio discorso da Sindaco è già pronto. Lo pronuncerò il 20 giugno 2041 nella Sala della Balla del Castello Sforzesco. Provocherà “la vibrante intesa di tutti i sensi in festa”.
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Nell’aula più bella di questo Castello carico di storia si realizzano le parole di un’amabile signora che incontrai durante la mia prima campagna elettorale: “Lei un giorno sarà sindaco perché ha Milano nel cuore”.
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Sì, Milano, ti voglio bene ed è questo l’unico merito che mi dà il coraggio per assumere questo incarico così impegnativo. Sono vecchio, ho ottant’anni suonati, mi sento arrugginito in tutte le parti, tranne che nel cuore. Il mio cuore oggi batte all’impazzata, scoppia di gioia purissima. Per questo permettetemi, come primo gesto, di abbracciare ciascuno di voi, neoeletti consiglieri del Senato della Città metropolitana.
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Mi rivolgo innanzitutto a te, mia Città Amata. Dal giorno della profezia della signora sono passati 51 anni. Eppure, mi sembra ieri. A un certo punto della mia vita non ho più vissuto nel tempo. Ho smesso di consultare il calendario, di contare le campagne elettorali, di fare strategie a medio e lungo termine e mi sono messo a contemplare il tuo volto. Ho una passione per i volti. Il volto è la porta dell’umano. Vedere faccia a faccia, uno a uno, è attività sovversiva. Non a caso nei campi di concentramento i nazisti proibivano ai deportati di guardarli negli occhi, sotto pena di morte immediata.
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Contemplare i volti è stata in questi anni la mia attività preferita. E tra tutti i volti, il tuo. Mi sono concentrato su di te. Sentivo decantare Roma, Parigi, New York e anche Bologna, Napoli, Palermo ma io niente, mi ripetevo 'Milano, Milano, Milano'. Solo tu, ancora tu, sempre tu, dovunque mi giravo tu, tu, tu. Il mio impiego era guardarti. Un vero lavoro a tempo pieno. Per 51 anni sono stato il più indaffarato dei milanesi. Solo in due o tre l’hanno capito. Tutti gli altri mi vedevano un po’ assorto e pensavano che fossi distratto e perdigiorno. Invece mi mettevo in disparte per contemplarti meglio.
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Anche nell’ultima campagna elettorale spesso ero altrove: i miei collaboratori mi cercavano disperati e non mi trovavano, li ho costretti a giustificare in continuazione le mie assenze inventando malattie immaginarie. Invece me ne stavo seduto tranquillo e beato in un bar di via Dante, preso a guardare tra tutti passanti ciò che ti assomiglia di più - ciò che brucia, danza, suona, spera, sorprende, rallegra. Sì, è proprio ciò che ti assomiglia di più. Tu continui a non crederci ma nel profondo sei bella, bella di quella bellezza che è conferita al volto di una città dal soffio della libertà.
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Mi rivolgo a voi, miei cari Consiglieri. Ci aspetta un grande lavoro per la rinascita spirituale, culturale, economica della città. In campagna elettorale alcuni di voi hanno descritto Milano in preda alla follia: innumerevoli varietà di malattie mentali, squilibrati che vagano per le strade e parlano da soli, un generale abuso di antidepressivi e di droghe.
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Non nego che la follia stia assumendo le caratteristiche di un morbo di massa, come la peste lo fu in altra epoca. Ma la soluzione non sta nella divisione tra un centro blindato, popolato dai (presunti) sani, che avrebbero dalla loro ragione, moralità, ricchezza, e tanti lazzaretti ricolmi di disperati. Pia illusione quella di potersi salvare in pochi eletti: La follia si insinuerà anche nel posto più blindato. La sua avanzata si può contrastare solo con un nuovo modo di stare insieme – tutti quanti insieme – altrettanto folle. Follia contro follia.
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Se sono diventato sindaco è per testimoniarvi l’unica follia gioiosa e antidepressiva. La riassumo in una parola sola: amatevi. Non dico: amatemi, non parlo più per attirare su di me l’attenzione e il consenso, a ottant’anni forse ce l’ho fatta a spezzare il legame maledetto tra parola e seduzione, tra amore e lamento. Il cammello sta passando dalla cruna dell’ago e quindi sono finalmente in grado di dirvi: amatevi, non calpestatevi ché non ne vale la pena, aiutatevi a sopportare le debolezze, costruite una fraternità senza terrore. Le iniziative della mia amministrazione che tra poco verranno presentate da ciascun assessore – mi vanto di avere scelto collaboratori competenti e appassionati – avranno quest’unico obiettivo: costruire una fraternità senza terrore, in cui tutti, mano nella mano, si danno da fare per alleggerire le fatiche terrene.
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Conosco a menadito l’obiezione: nella storia non è possibile nessuna fraternità, e chi ha insistito in quest’errore ha prodotto solo lager e dolore. La contrapposizione tra amico e nemico è conficcata nei geni dell’uomo: qualcuno ha detto che questa contrapposizione è l’essenza stessa della politica, che ha così nella guerra la sua continuazione necessaria. In questo nostro mondo in cui la natura lupesca dell’uomo sbrana quel che può, è già un grande risultato risparmiare un po’ sul sangue, non si pretenda di più. La fraternità è utopia pericolosa. Io invece insisto: possiamo farcela.
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Possiamo farcela se continuiamo a credere nelle nostre potenzialità positive, creative, poetiche. Se l’uomo è “legno storto con cui non si può costruire nulla di perfettamente diritto”, come sosteneva Kant in un suo aforisma, il legno non è secco! Spesso dimentichiamo di guardare a noi stessi con stima e affetto. Odiarsi è così facile! Siamo alberi dal tronco nodoso e contorto ma ancora carichi di linfa e possiamo crescere, salire, fiorire, produrre frutti.
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Possiamo farcela se non continuiamo a fraintendere l’idea stessa di fraternità. Su questo punto siamo ancora fermi a Caino e Abele. La fraternità è vista come l’assassina della libertà, come la gabbia che fa soffocare gli uccelli. Se la fraternità fosse la cappa che toglie l’aria, sarei il primo a combatterla. Ma se la fraternità fosse l’esatto contrario, un grande aiuto contro la solitudine e una grande spinta affinché ciascuno di noi si realizzi in pienezza, chi sarebbe così stolto da rifiutarla? Abbiamo un infinito bisogno degli altri, l’arte è trovare l’equilibrio giusto. Non dobbiamo finire né asfissiati da estremo centralismo né assiderati per estremo individualismo. Né uno può pensare di essere tutti, né ciascuno può credere di essere il tutto, ma solo la diversità e l’unità di tutti è una totalità. Questa è la mia fede, la mia speranza.
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Mi rivolgo infine a tutti voi, Cittadini milanesi, e vi rinnovo l’invito che è stato il ritornello della mia campagna elettorale: baciamo Milano, amiamo Milano, sposiamo Milano! Restiamo qui, è inutile scappare altrove, è qui il nostro tesoro.
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Ricordo che alcuni anni fa andammo in delegazione a Cracovia, città con cui siamo gemellati. Il sindaco ci raccontò una bellissima storia che non ho più dimenticato: la storia di Rabbi Eisik, figlio di Rabbi Jekel di Cracovia. Rabbi Eisik, dopo anni e anni di dura miseria, che però non avevano scosso la sua fiducia in Dio, ricevette in sogno l’ordine di andare a Praga per cercare un tesoro sotto il ponte che conduce al palazzo reale. Quando il sogno si ripeté per la terza volta, Eisik si mise in cammino e raggiunse a piedi Praga. Ma il ponte era sorvegliato giorno e notte dalle sentinelle ed egli non ebbe il coraggio di scavare nel luogo indicato. Tuttavia, tornava al ponte tutte le mattine, girandovi attorno fino a sera. Alla fine, il capitano delle guardie, che aveva notato il suo andirivieni, gli si avvicinò e gli chiese amichevolmente se avesse perso qualcosa o se aspettasse qualcuno. Eisik gli raccontò il sogno che lo aveva spinto fin lì dal suo lontano paese. Il capitano scoppiò a ridere. “E tu, poveraccio, per dar retta a un sogno sei venuto fin qui a piedi? Ah, ah, ah! Stai fresco a fidarti dei sogni! Allora anch’io avrei dovuto mettermi in cammino per obbedire a un sogno e andare fino a Cracovia, in casa di un ebreo, un certo Eisik, figlio di Jekel, per cercare un tesoro sotto la stufa! Eisik, figlio di Jekel, ma che scherzi? Mi vedo proprio a entrare e mettere a soqquadro tutte le case in una città in cui metà degli ebrei si chiamano Eisik e l’altra metà Jekel!” E rise nuovamente. Eisik lo salutò, tornò a casa sua, cercò sotto la stufa e trovò il tesoro.
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La morale della storia è più viva che mai. C’è una cosa che si può trovare in un unico luogo al mondo, è un grande tesoro, lo si può chiamare il compimento dell’esistenza. E il posto in cui si trova questo tesoro è il posto in cui ci si trova. Rimaniamo qui a vivere, a lavorare, a riposare, a sognare. Rimaniamo qui anche a morire. Lo dico per me che ormai sono sulla soglia: vorrei morire tra queste mura, sazio di giorni, così come muoiono i giorni, senza sussulti, senza tubi né ospedali, senza quell’eccesso di tecnica che ci disumanizza, con il mondo intorno che cessa lentamente di muoversi e il silenzio che cresce naturale.
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In quel dì che sento vicino vi chiedo di ricordarmi nella maniera più semplice: “fu sindaco amante”. Il resto è nulla.
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Questo discorso è a disposizione degli attuali autocandidati. Se lo copiassero sarei solo contento. Mi pare giusta soprattutto l’idea del restare. È in sintonia con una bella frase di Soren Kierkegaard che ho trovato nell’ultima pagina del libro di Marco Damilano, Noi siamo i tempi: “La parola più potente che sia mai stata detta, la parola del Dio creatore, è ‘Sia fatto’. Ma la parola più potente che un uomo abbia mai detto è quella di colui che ama: ‘Io rimango’ ”.
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Saluti energetici come le castagne d’ottobre,
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P.s. In molti mi rispondete. Continuate a farlo, vi assicuro che leggo tutto anche se spesso non riesco a ringraziarvi personalmente.
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