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Saremo costretti anche noi all’estatatura?
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Questo termine strano deriva da un verbo toscano che significa “trascorrere l'estate in un luogo”. Definisce un antico fenomeno di migrazione stagionale avvenuto in Maremma tra il Settecento e l’Ottocento. Per salvarsi dalla malaria e godere di un'aria più salubre le popolazioni e gli uffici pubblici di Grosseto (10 metri d’altezza sul mare) si trasferivano d'estate sulle colline di Scansano (500 metri di altitudine).
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Noi, duecento anni dopo, ci troviamo di fronte a un’altra emergenza: sfuggire l’eccessiva calura. Dai 30 gradi dell’estate di un tempo siamo passati ai 36 di oggi, e questa temperatura, accompagnata da un alto tasso di umidità e da scarsa ventilazione, dura così a lungo da farci ipotizzare l’abbandono delle città nei mesi estivi per andare altrove. Se ogni mille metri sono mediamente 6 gradi in meno, per avere temperature accettabili (ovvero che non richiedano l’utilizzo dell’aria condizionata) l’estatatura andrebbe fatta in località tipo Premana, Selvino, Oltre il Colle, Vezza d’Oglio, Aprica.
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Vi immaginate Milano, Brescia, Bergamo, Cremona, Mantova diventare deserte, abbandonate dalla stragrande maggioranza dei cittadini? Ovviamente no, l’estatatura – anche quando prende la forma più tradizionale del trasferimento nella casa al mare o in montagna – è alla portata di un’esigua fetta della popolazione, tutti gli altri restano bloccati nelle città roventi. E qualcosa in queste città dovrà pur cambiare, altrimenti finiremo arrosto.
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Il compito di guidare il cambiamento della polis è affidato ai politici. E ciò che più mi ha colpito in queste settimane è il loro immobilismo di fronte all’accelerazione in corso. Come se fosse ineluttabile quel che sta succedendo, come se l’unica scelta fosse accendere l’aria condizionata (scelta che, non dimentichiamolo, si può permettere solo una minoranza dei cittadini e che poi contribuisce a far aumentare la temperatura in esterno). Urge invece avviare radicali processi di raffreddamento. Urge eleggere guide con occhi di gufo, spirito forte, cuore tenero.
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Quando sarò Governatore della Lombardia, lavorerò per avere città bianche come Ostuni.
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Dopo aver adottato misure di stappamento dei pori (ovvero la rimozione dell’asfalto e del cemento nelle aree pubbliche, nei cortili, nei parcheggi, v. mail del mese scorso), proseguirò con:
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- la piantumazione di milioni di alberi nei viali, alle fermate dei bus, davanti a scuole e ospedali, nei quartieri con più anziani (l’ombreggiamento diretto e l’evapotraspirazione abbassano la temperatura di 2-3 gradi);
- la tinteggiatura delle pareti esterne degli edifici e dei tetti di bianco (la pittura termoriflettente ostacola l'accumulo di calore e riduce la temperatura interna percepita di 3-5 gradi);
- la “cura del ferro”, ovvero la riduzione delle macchine e dei tir in circolazione e l’aumento degli spostamenti su rotaia (meno macchine uguale meno calore di motori e meno inquinamento).
Troppo poco? In effetti resta sullo sfondo il tema dei temi: la transizione dai combustili fossili all’energia solare. Roba da Primo Ministro, da politica europea. La minuscola frazione di energia che ci manda ogni secondo messor lo frate sole ammonta a 173 milioni di miliardi di watt. Anche eliminando il 30 per cento che viene riflesso dall’atmosfera, la quantità rimanente è talmente alta che basterebbe un’ora per soddisfare, e con grande margine, l’intero fabbisogno energetico annuo del pianeta. E invece noi siamo ancora fermi alle pompe della benzina.
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Se vogliamo pensare di sopravvivere nei prossimi 50 anni, occorrerà tornare a darsi grandi obiettivi, a sognare ciò che sembra impossibile. Abbiamo bisogno come l’acqua di utopia. Il perché ce l’ha spiegato un grande scrittore sudamericano. “Lei sta all’orizzonte”, ha scritto Eduardo Galeano. “Mi avvicino due passi, lei si allontana due passi. Cammino dieci passi, e l’orizzonte si allontana dieci passi più in là. Per molto che io cammini, mai la raggiungerò. A che serve l’utopia? A questo serve: a camminare”.
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Buon agosto, che non sia troppo tosto.
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