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Dopo la lettura dell’enciclica Magnifica humanitas (che ho fatto alla vecchia maniera, pagina per pagina, con la matita in mano per sottolineare le frasi principali) mi sono ulteriormente convinto che il futuro è di chi cammina. L’homo erectus, da troppo tempo chino sui tablet, ha bisogno di uscire dal virtuale e di vivere in un Paese diverso, dove il “pedone” non è figlio di un dio minore ma un “sovrano” che ha la precedenza sulle macchine, non accetta di ritirarsi nelle riserve indiane gentilmente concesse dai gommati e si ostina a rivendicare la completa percorribilità della sua terra.
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Con questa convinzione nelle settimane scorse ho completato il tratto lombardo della via Francigena. L’anno scorso avevo percorso i 60 km che da Palestro, attraverso Robbio, Mortara, Tromello, Garlasco, Groppello Cairoli, conducono a Pavia. Quest’anno, attraverso Belgioioso, Santa Cristiana e Bissone, Chignolo Po, Lambrinia, Orio Litta sono giunto fino a Corte Sant’Andrea, dove si trova il Transitum Padi. Il caronte Danilo mi ha aiutato ad attraversare il grande Monosillabo e, giunto sulla sponda emiliana, ho raggiunto prima Piacenza e poi Fiorenzuola d’Arda. Da lì proseguirò l’anno prossimo per la tratta appenninica.
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Pedibus calcantibus ho ricavato la conferma di quanta bellezza ci circondi. In un’ipoteca classifica metterei sul podio i due gioielli di Pavia – la splendida San Michele Maggiore, dove il Barbarossa fu incoronato re d’Italia nel 1155, San Pietro in Ciel d’oro, che ospita le spoglie di sant’Agostino – e la Cascina San Pietro di Orio Litta, un tempo grangia benedettina, ora trasformata in un ostello, il più bello finora incontrato.
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Ma ho anche capito cosa dovrò fare appena sarò Governatore della Lombardia: depavimentare. Ovvero rimuovere l’asfalto e il cemento nelle aree pubbliche, nei cortili, nei parcheggi, aumentare i giardini e gli alberi, riportare lo sterrato sui sentieri.
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La magnifica Lombardia ha i pori intasati, quindi occorre procedere con lo stappamento. La depavimentazione è particolarmente urgente nei centri urbani per dare una riposta concreta a fenomeni sempre più frequenti, come le ondate di calore e gli allagamenti legati al cambiamento climatico. Il surriscaldamento del pianeta chiede pronti interventi per evitare di finire arrosto. Negli ultimi 20 anni Milano si è scaldata di tre gradi, è come se fosse sprofondata di 500 metri. La stessa cosa sarà ovviamente successa anche a Pavia, Cremona, Mantova. E allora cosa aspettiamo a copiare Tokyo, che non è solo la magacity di oltre 37 milioni di abitanti, fatta di grattacieli, di strade, di metropolitane e treni che visitiamo ammirati ma ben di più: un ecosistema che vive in simbiosi con la sua natura, una metropoli con dentro una montagna, con una foresta di centosettantamila alberi?
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L’amministratore virtuoso del passato era quello che asfaltava e costruiva, quello del futuro sarà colei che farà esattamente il contrario: togliere invece che aggiungere, costruire la città spugna, curare il suolo come se fosse pelle. Devo alla lettura del bel libro di Paolo Pileri, “Dalla parte del suolo”, queste informazioni: il suolo strettamente inteso è uno strato sottilissimo e delicatissimo di 30 cm (lo 0,000047% dei 6.371 km del raggio terrestre); il valore medio di formazione del suolo è stato stimato pari a 114 millimetri ogni 1000 anni (per ricreare 20 cm di suolo serve lo stesso tempo trascorso dalla nascita di Cristo a oggi). Quindi urgono carezze, non ruspe.
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Non potrò essere io la sindaca di Milano (v. precedenti mail, non ci sono al momento novità, tutto è rimandato a settembre) ma, ripeto, quando sarò a Palazzo Lombardia, fin dal giorno del mio insediamento, detterò la linea: depaving everywhere (lo dico pure in inglese per essere très chic).
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Saluti freschi come un gelato al limone, Giovanni
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P.S.: Grazie a tutti quelli che mi aiuteranno a diffondere questa newsletter e a far conoscere il sito www.camminodilombardia.it.
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Nella sezione “articoli” trovate la recensione al romanzo del mio amico Federico Mioni “Il rumore del primo passo”, Corsiero Editore.
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