di Giovanni Colombo (dal libro “Le Milanesi – Volti luminosi della città”)

Maschile o femminile? Se Roma è donna bene in carne, un po’ madre e un po’ cortigiana,
generosa nell’accogliere tra le mammelle dei suoi colli figli e figliastri, Milano, l’anti Roma
per antonomasia, dovrebbe essere uomo eretto. L’immagine tradizionale lo confermerebbe:
senso delle cose, concretezza, lavoro, impresa, bacchetta direttoriale. E’ un’immagine vera,
specie per il passato, ma che sarei propenso ad intendere non tanto nel senso della virilità in
pantaloni quanto della praticità in gonnella. Femmina sei, Milano mia, immersa in una cultura
come quella lombarda che ha una forte impronta matriarcale. Chi comanda dalle nostre parti è
la reggiora, la donna robustissima, con la canna d’acciaio su per la schiena, reggitrice della
casa, organizzatrice di tutte le fasi della vita della famiglia, dall’orario dei pasti alle feste
nuziali, che “il proprio vigor di cervello manifesta in pragma operoso” (parole del Gadda
quando descrive l’Adalgisa). L’albero-emblema è la piobba, il pioppo cipressino, nominato al
femminile per rispetto della notevole altezza e della sobria eleganza ma anche del piede grosso
e della caviglia possente. Milano, per quanto evoluta in global city, resta città lombarda e quindi
femminile, posta sotto la protezione della Madonna – Mamma, salus infirmorum e refugium
peccatorum
. Milano è donna e un’infinita schiera di donne l’hanno reso grande. Di alcune di
queste abbiamo tratteggiato il profilo nel precedente libro e adesso proseguiamo con altre
protagoniste del Novecento. La luce che emana dai loro volti illuminerà anche le milanesi di
oggi?
Sono molto cambiate, le milanesi (precisazione: sono milanesi tutte coloro che scelgono di
vivere a Milano). Si sono via via emancipate assottigliate raffinate. Si presentano abbronzate
scollate sgambate. Truccate allenate beneducate. In spiaggia, nel confronto con le altre – le
bolognesi, le fiorentine, le siciliane -, fanno sempre una gran bella figura. C’è però un
particolare che colpisce: i loro occhi non luccicano. E gli occhi, nella carne, sono ciò che è più
vicino all’anima. Pare di leggervi la spossatezza di una vita esagerata. I figli, innanzitutto. E
poi la casa e la spesa, il marito e l’amante, il lavoro e la carriera, le amiche e i parenti, il mare
e i monti, la dieta e la danza, le ricette e l’arredo, il buddismo e la beneficenza. In tutto devono
essere perfette: perfette e, per di più, leggere in questa perfezione, e non solo leggere ma
disponibili, e non solo disponibili ma profumate, eleganti. Tutte le sere a giocare alla
Cenerentola e tutto il giorno a chiedersi come diavolo fare per cambiare la zucca in carrozza.
L’uso più bello di questa vita è non farne nulla, ma in questa epoca storica le milanesi non
possono gustare questo lusso. Sono prese dalla fretta di realizzarsi e di non perdere neanche un
briciolo di felicità. Emancipate da schiavitù e paure, ora chiedono la libertà e l’amore, la libertà
esercitata con tutti i registri dell’amore, l’amore aperto a tutte le forme della libertà. Libertà e
amore indissolubilmente uniti per ogni giorno dell’anno. Impossibile? Sì, da che mondo e
mondo, questa unione è decisamente impossibile, ma tuttavia loro ci provano, tentano di viverla
e ciò provoca intoppi, stress, sofferenze. Vivono sempre tra due guerre. Noi uomini, nei
momenti migliori, tentiamo di aiutarle, di rasserenarle. Ma fatichiamo a seguirle nei loro
ragionamenti, vediamo e spogliamo solo l’esterno, all’interno non ci arriviamo, e tanti gesti li
facciamo senza convinzione, solo per gentile inerzia: alla fine alziamo bandiera bianca. Non
siamo cattivi, siamo smarriti.
Come proseguiremo il cammino? Raggiungeremo un equilibrio più avanzato, donne e uomini
insieme? O si moltiplicheranno le incomprensioni e le aggressioni? Com’è possibile che
aumentino i femminicidi?
Provo a fare un ragionamento dedicandolo alle donne, sapendo bene che lo stesso discorso
dovrei farlo in contemporanea agli uomini, a me per primo. Parto da un ricordo. Fine anni
Settanta, autogestione al liceo classico di Desio. Partecipo alla riunione del collettivo
femminista e una mia compagna di classe si scaglia contro la donna-oggetto in nome della
donna-soggetto, della donna-professionista, della donna-protagonista. Io le rispondo
timidamente: “Beh, la donna oggetto ovviamente no, siamo tutti contro, anch’io maschilista
brianzolo in cerca di redenzione, ma la donna soggetto, oh no, per favore no…io, io, io, sempre
io! I pronomi personali sono i pidocchi del pensiero e l’origine di ogni guerra, volete proprio
imitare i maschi rapaci?” Quel giorno la discussione finì in una mezza rissa. Scioccato da quel
che era successo, per anni sono andato in cerca di qualcuno che mi aiutasse a comprendere
meglio la questione. A un certo punto, mi sono imbattuto in queste parole di Emmanuel
Lévinas, un filosofo francese di origini ebraico-lituane: “Essendo, ossia proprio a motivo del
mio essere, forse che non sono un assassino?”. Le traduco così, per come le ho capite: se resto
afferrato al mio essere, raccolto e chiuso insolentemente in esso, tronfio del potere che esso mi
conferisce, io attento alla alterità e alla gloria (in senso biblico: manifestazione) dell’altro e
così lo uccido. La centralità dell’io è davvero tremenda: scatena nell’altro la rivolta e gli inietta
quell’odio che porta alla guerra. Occorre un modo di vivere che sia “altrimenti che essere”.
Non essere altrimenti, che sempre forma di essere è, che non ci fa uscire dalla logica di
prepotenza, di rissa, di mors tua, vita mea. Non essere altrimenti, ma altrimenti dall’essere.
Altrimenti dall’essere vuol dire che al posto della vita basata sul potenziamento di sé, compresa
la riduzione dell’altro a sé, si deve vivere con un’altra impostazione, dando il primato ai volti.
È stata una scelta precisa fare questo libro con dei ritratti. Le donne ci vengono incontro con il
loro volto. Il volto è la cosa più propria e manifestativa dell’altro. Dicono che sia impossibile
uccidere una persona guardandola nel volto. È il segno di un rapporto imperfetto non guardarsi
negli occhi. O non ci si dà perfettamente o non perfettamente ci si accoglie. Il volto è in
movimento senza posa: gli elementi sono sempre gli stessi, occhi, naso, bocca, mento, ma
l’effetto, il messaggio cambia di istante in istante. Lévinas deve aver detto in qualcuna delle
sue opere anche questo: “il volto dell’altro è il nostro Sinai quotidiano”. Su quale monte
cercheremo i comandamenti del vivere? Sul volto dell’altro, nelle sue sue pieghe, nelle sue
rughe. Lo spostamento dall’io ipertrofico alla considerazione dei volti significa mettere al
primo posto le ragioni dell’altro, di quello che la Bibbia chiama il prossimo. Ne derivano
almeno due atteggiamenti. In primo luogo, la deposizione del nostro io, deposizione proprio
alla lettera, come si depone un re. In secondo luogo, l’applicazione fino all’etimologia della
parola disinteresse. Scomponendola in tre parti, dis-inter-esse, si scopre che lo stare tra noi –
inter – ha successo solo quando c’è il dis-esse, ossia la contrazione dell’ego e delle sue pretese,
di più, il suicidio dell’io arrogante arroventato dilatato, dell’io-super (che ormai ha preso il
posto del super-io di freudiana memoria).
La formula del futuro, la formula della pace tra uomini e donne – e anche tra palestinesi e
israeliani, tra russi e ucraini – la fisserei allora così: mettere in primo piano la coesistenza dei
volti, fare dei volti l’assoluto dei nostri atteggiamenti. Parlo da uomo, per quanto di mia
competenza: come sono belli i volti delle milanesi! Volti da comprendere, volti da rispettare,
volti da accarezzare.

Giovanni Colombo