di Giovanni Colombo

(articolo apparso, con il titolo In cerca di un nuovo equilibrio – Quando i diritti non bastano più sul
numero 3/2025 della rivista “Appunti di politica e cultura”)

Approfitto delle pagine di “Appunti” per porre una questione che da tempo sento urgente e che
purtroppo non vedo ripresa da nessuno dei soggetti che si agitano sulla scena di questo mondo: non
è che è finita “l’età dei diritti”? Che è ormai tempo di rimettere al centro la questione dei doveri? Che
senza doveri non c’è libertà? Che il dovere stesso è libertà?
So di entrare in un terreno mirato. L’opinione che la vita sia godimento dei diritti è diffusa tra ricchi
e poveri, colti e incolti, potenti e poveri diavoli. Tale pensiero è profondamente radicato al punto che
è diventata bizzarra, addirittura ridicola l’impostazione di un tempo neanche troppo remoto, quella
che si permetteva di sostenere che “non esistono diritti senza doveri”, che “i tuoi diritti sono i miei
doveri e i miei diritti sono i tuoi doveri”. Nel dibattito pubblico è di grande uso una parola capace di
affossare ogni discussione: “moralista”. Meglio essere considerati dei ladri o dei corrotti piuttosto che
passare per che “moralisti” che ammorbano l’aria con i doveri. Persone condannate o bugiardi incalliti
continuano indisturbati a far carriera. Nessuna seria riprovazione sociale. Anzi, in molti casi, stima e
reputazione. Per il” moralista” avviene esattamente l’opposto. Chiunque venga appellato con questo
epiteto viene messo al bando. I potenti non lo vogliono tra i piedi per non ascoltare prediche o
rimproveri, neanche taciti; i poveri diavoli vedono in lui un seccatore che li carica di altri oneri, oltre
a quelli che già hanno. Una volta acquisita la reputazione di moralista, non la perdi più.

Ma veniamo al dunque.
La nostra epoca è stata giustamente definita “l’età dei diritti”. Dalla “Dichiarazione dei diritti
dell’uomo e del cittadino“ del 1791, alla “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo” del 1948,
fino alle più recenti proclamazioni degli Stati e delle istituzioni internazionali, un numero sempre
maggiore di uomini e donne ha potuto e può vivere sotto la protezione di diritti civili, politici e sociali.
I diritti sono diventati a un tempo più universali, rivolti, in linea di principio, a tutti gli esseri umani,
e più specifici, indirizzati a gruppi sempre meglio definiti: i diritti delle donne, dei bambini, delle
minoranze, dei disabili. Tutti i progressi maturati nell’estensione e nell’ampliamento di diritti sono
state conquiste difficili, spesso pagate a prezzo delle sofferenze di tante persone di cui oggi abbiamo
dimenticato o, perfino, mai conosciuto il nome. Grazie ai diritti, gli esseri umani si sono emancipati
dal dominio di altri uomini, dall’oppressione, dalla discriminazione, dall’esclusione, dalla povertà e
da tante forme di violazione della dignità personale. Di aver vissuto questa età dobbiamo essere fieri,
ma questa età ha avuto in questa parte dell’Occidente il suo compimento. Continuare a insistere sui
diritti-e-basta, o limitarsi ad aggiungere ai diritti civili la citazione dei diritti sociali, si rivela
insufficiente, se non addirittura controproducente, perché contribuisce allo sfilacciamento del tessuto
connettivo delle nostre comunità e, più ancora, allo svuotamento morale delle persone.

  1. Per capire il cambiamento di mentalità richiesto, può esser utile partire da un tema
    particolarmente sentito, quello della sicurezza. Se in condizioni di normalità tutto procede
    bene, con la libertà di esprimersi e il diritto di vivere tranquilli che vanno a braccetto, cosa
    succede il giorno in cui questo equilibrio viene minacciato o apertamente attaccato da uomini
    prepotenti (una specie umana, questa, che si riproduce nella storia con grande facilità)? Chi si
    metterà a difendere libertà e diritto? Se abbiamo la sventura di vivere in una città in mano
    alla criminalità ordinaria o peggio ancora alla mafia, possiamo sperare di vivere sicuri, di
    godere delle nostre proprietà, di dedicarci alle nostre occupazioni solo se ci sono forze di
    polizia, magistrati, amministratori locali e politici con un forte senso del dovere. Non bastano
    l’interesse personale o la professionalità di questi cittadini? No che non bastano. Svolgere
    bene il proprio compito nella lotta alla criminalità ordinaria e mafiosa comporta alti rischi,
    compreso, in molti casi, quello di perdere la vita. L’interesse suggerisce piuttosto di fare il
    meno possibile e di evitare i pericoli. Anche la prospettiva di avanzamenti di carriera e di
    pubblici onori non è motivazione sufficiente a operare con tutte le proprie forze per proteggere
    la libertà dei cittadini. I riconoscimenti sono incerti e non compensano le fatiche. Dove
    sarebbe allora l’interesse a impegnarsi? La libertà e la sicurezza che abbiamo è il regalo che
    ci viene dal senso del dovere di alcuni nostri concittadini. Il giorno in cui anch’essi
    cominceranno ad agire solo per interesse smetteremo di essere liberi e di sentirci sicuri. La
    libertà non è un bene che abbiamo o di cui possiamo godere a piacere anche se non facciamo
    assolutamente nulla per meritarla e per proteggerla, ma è il premio del dovere.
    Questa riflessione sulla sicurezza va replicata in molti altri campi del vivere. Senza medici e
    personale sanitario con il senso del dovere, il diritto alla salute diventa una finzione. Senza
    maestri, insegnanti e professori con il senso del dovere, il diritto all’educazione e alla cultura
    si riduce al privilegio di pochi. Senza cittadini che sentano il dovere della cura verso gli
    anziani, il diritto di vivere gli ultimi anni della vita con serenità si trasforma nell’orribile realtà
    dell’abbandono. Se chi dirige le università non ha senso del dovere, il diritto di essere valutati
    in base ai propri meriti degenera nella pratica umiliante di implorare favori. Senza
    amministratori e senza cittadini che sentano sul serio il dovere di conservare e abbellire le
    città, il diritto di ammirare il nostro patrimonio storico e artistico e di vivere in un ambiente
    bello e salubre lascia il posto a un’esistenza degradata. In sintesi: senza la pratica dei doveri,
    la libertà viene presto sostituita dalla legge del più forte e ai deboli, quale che sia la ragione
    della loro debolezza, resta il diritto di rassegnarsi ad avere diritti soltanto sulla carta.
  2. Il dovere è necessario per ottenere e conservare la libertà, ma ancor di più, il dovere è libertà,
    il segno distintivo della libertà più preziosa, quella morale. Di solito associamo il dovere a
    costrizione. Invece non si tratta di essere sottomessi, di obbedire a ordini che qualcuno sopra
    di noi impartisce. Si tratta al contrario di rispondere ad una voce interiore: il dovere è
    responsabilità. Il dovere, a differenza dell’obbligo, non può essere imposto né comandato
    dagli altri o dallo Stato, né può essere stimolato con la promessa di un premio o la minaccia
    di una sanzione. È la nostra coscienza a mettersi in moto: quando avverte giusta una
    determinata azione, sente il dovere di compierla, e all’opposto, quando l’avverte ingiusta,
    sente il dovere di astenersi dal compierla. Soltanto la coscienza può comandarci il dovere e
    operare secondo coscienza è la più alta forma di libertà. La persona libera, che si assume i
    suoi doveri e li esercita a testa alta, che non si lascia né comprare con i favori né schiacciare
    con la forza, acquista un particolare fascino agli occhi di molte persone. I soli che temono la
    sua presenza sono i servi e i despoti. I primi l’avversano perché vedono in lei l’esempio di un
    modo di vivere al quale essi non sanno o non vogliono elevarsi; i secondi la odiano perché la
    considerano, giustamente, un ostacolo alle loro strategie di potere. Ovviamente la persona che
    ha il senso del dovere non si cura dell’opinione dei servi e dei despoti. Le basta la stima delle
    persone oneste e soprattutto l’approvazione della propria coscienza. Sente di possedere, a
    prescindere dai titoli e delle pompe di questo mondo, una ricchezza interiore che le permette
    di stare bene con sé stessa. Considera la propria postura morale un bene inestimabile, di cui
    andare fiero. “Sono fiera di essermi comportata così”, rispose Sophie Scholl, la giovane della
    Rosa Bianca tedesca, all’ispettore della Gestapo Mohr che la interrogava durante il processo.
  3. Non si può quindi sfuggire alla domanda di fondo: come sta oggi la coscienza degli italiani?
    Si avverte molta debolezza morale, che non migliora sventolando a vanvera la bandiera dei
    diritti. È tale debolezza a renderci vulnerabili alle forme di fascismo in circolazione, che si
    caratterizzano per l’ammirazione del capo e per il disprezzo dei deboli. La coscienza può
    indebolirsi ancora di più, fin quasi a scomparire? Certamente sì. Già nella storia abbiamo visto
    come la sua assenza ha provocato la banalità del male. Può essere risvegliata? Certamente sì.
    A patto di esser disposti a fare la fatica di un cammino interiore, che ciascuno dovrà compiere
    da solo. La vicenda dell’Esodo mantiene ancor oggi il suo significato archetipico. Gli Ebrei
    non furono trasportati in elicottero dall’Egitto alla Terra promessa; nessuno di loro ricevette
    da altri la libertà interiore. A ognuno di essi fu chiesto di camminare per 40 anni nel deserto e
    di liberarsi mentalità dello schiavo e di scegliere, alla fine del lungo percorso, di vivere
    secondo i doveri indicati dalla legge di Dio. È una lezione di saggezza antica che non ha perso
    nulla del suo valore. Prova ne sia che i grandi leader, quelli che sono stati capi e nel contempo
    Mahatma, grandi anime, hanno sempre posto i doveri prima dei diritti. Quando lo invitarono
    a dare il suo contributo alla preparazione della “Dichiarazione dei diritti dell’uomo”, Gandhi
    rispose che da sua madre, “illetterata ma molto saggia”, aveva imparato che “tutti i diritti
    degni di essere meritati e conservati sono quelli dati dal dovere compiuto”, e che sarebbe
    facile definire i diritti dell’uomo e della donna se si collegasse ogni diritto a un dovere
    corrispondente che bisogna compiere in precedenza. In questo modo, concluse Gandhi, si
    potrebbe dimostrare facilmente che “ogni altro diritto è solo un’usurpazione per cui non val
    la pena di lottare”. Pochi anni dopo, Martin Luther King guidò il movimento per i diritti civili
    negli Stati Uniti con l’appello al dovere, che la coscienza impone, di lottare per la libertà e la
    dignità di ogni essere umano. In tutti i suoi discorsi insisteva sul concetto che il principio
    morale è più forte della violenza, dell’inganno e del pregiudizio. Non insegnò a seguire
    l’interesse perché non fu l’interesse a sostenere un movimento che dovette affrontare un lungo
    e faticoso cammino e tanto meno insegnò a godere i diritti perché i “negri”, come li
    chiamavano, non ne avevano. Dovevano conquistarli e per farlo dovevano seguire la voce
    della coscienza.
    Gandhi venne assassinato a Nuova Delhi il 30 gennaio 1948 con tre colpi di pistola. Martin
    Luther King venne colpito alla testa da un colpo di fucile di precisione il 4 aprile 1968. I
    doveri sono sempre a caro prezzo.

Dopo aver scritto queste riflessioni, sono passato come ogni sera davanti al Duomo di Milano e mi
è sembrato di vedere in modo diverso anche “La Legge Nuova”, la statua posta sopra il portone
principale d’ingresso. Tale statua, realizzata nel 1810 da Camillo Pacetti, artista di natali romani,
ma milanese d’adozione, ha un’incredibile somiglianza con la Statua della Libertà di New York,
monumento progettato decenni dopo e inaugurato nel 1886 dallo scultore francese Frédéric-Auguste
Bartholdi (pare proprio che il francese l’abbia copiata!). Raffigura una donna con una corona
stellata e una tunica in stile greco, che con la mano destra cinge una fiaccola e con la sinistra una
croce. Nell’età dei diritti, è stata la donna della libertà. Ma ora, nella nuova fase, assume un profilo
ulteriore e prevalente: è la donna della responsabilità.