di Giovanni Colombo (pubblicato sul sito Passion & Linguaggi – 1 dicembre 2025)

Che la politica richieda una buona dose di autostima, e una punta di vanità, pare ovvio. Alzarsi in
piedi in assemblea, prendere la parola in pubblico, mettere la faccia su Instagram, esporsi con le
proprie idee, non spaventarsi di fronte alle critiche – perché quando prendi una direzione volti sempre
le spalle a qualcuno – non è da tutti, e rientra in primis tra le qualità, non tra i vizi del politico. Altra
cosa però è il narcisismo, termine che rinvia al mito omonimo, al giovinetto figlio di Cefiso e della
ninfa Liriope, insensibile all’amore, che non ricambiò la travolgente passione di Eco, per cui fu punito
dalla dea Nemesi che lo fece innamorare della propria immagine riflessa in una fonte; morì consumato
da questa vana passione, trasformandosi nel fiore omonimo. Ma senza scomodare il mito, basta
accontentarsi della sua accezione popolare. Alla domanda su chi è il narcisista, vien da rispondere:
“Chi si crede” o rispolverare la celebre frase di Alberto Sordi, nei panni del Marchese del Grillo (“Me
dispiace, ma io so’ io, e voi nun siete un …!”). Per come si sono messe le cose oggi in politica il
narciso – Marchese del Grillo la fa da padrone. Anzi, ancora di più, il protagonista è Zeus. C’è una
battuta attribuita a Woody Allen che dice così: “Non sono narcisista né egoista; se fossi vissuto
nell’antica Grecia non sarei stato Narciso – E chi saresti stato? – Zeus!”. E questa battuta mi fa venire
in mente il modo con cui Gabriele Albertini, sindaco di Milano dal 97 al 2026, europarlamentare e
senatore, riferiva in privato del suo leader Silvio Berlusconi. “Zeus ha detto…Zeus ha fatto…” Lo
chiamava proprio Zeus!

Il processo di trasformazione è stato lungo. È iniziato negli anni Ottanta ma poi ha avuto
un’accelerazione negli anni Novanta, con l’avvento del berlusconismo, ed è esploso nel Duemila,
diventando incontenibile negli anni a seguire. Fino a un certo punto le campagne elettorali si
facevano con i manifesti incollati di notte sugli appositi supporti in metallo, allestiti qualche giorno
prima da solerti operai comunali. Tanti slogan e tanti simboli colorati. Quasi tutti riconoscibili, perché
sempre gli stessi dal 1945. In alcuni di questi (ma non in tutti) si scorgevano in basso dei nomi e dei
cognomi. Si trattava dei candidati che i partiti politici indicavano agli elettori, per essere votati sulla
scheda elettorale (vigeva allora il sistema proporzionale con le preferenze). Il nome e il simbolo, i
colori ad esso associati, lo slogan “vota…” rinviavano a programmi, obiettivi, valori, perfino ad una
Weltanschauung differente da partito a partito. Il politico si caratterizzava non tanto per la sua
individualità ma per il partito a cui apparteneva e in cui militava. Negli anni Novanta, i manifesti ci
sono ancora ma diminuiscono di numero, per il sopravvento degli spot televisivi, e soprattutto
cambiano aspetto. Presentano primi piani di persone, qualche volta il mezzo busto, qualche volta solo
il viso. Sul partito prevale la bella faccia del candidato e lo slogan accattivante. Anni Duemila. Il
politico diventa a tutti gli effetti personale (rovesciando il motto sessantottino “il personale è
politico”). Con la diffusione dei social il candidato invade casa nostra. Il consenso si cattura con il
taglio di capelli, l’abbigliamento, l’inclinazione dello sguardo. L’estetica sostituisce l’etica. Si parla
all’inconscio, al cervello rettiliano. “Ѐ uno di noi, come noi”, “Lo voto perché…non so…ma mi
piace”, “Non ho capito, ma mi ha convinto”, con l’escalation del “Ci vuole uno come lui”, “Con lui
le cose cambieranno”. I dialoghi diventano: “Chi voti? – “Voto Tizio (o Caia)” oppure “Contro chi
voti?” – “Contro Caio (o Sempronia)”. Suscitando emozioni, condite senza problemi anche di fake
news, bugie, imprecisioni, generalizzazioni, il messaggio arriva alla famosa “pancia” dell’elettorato.

La personalizzazione della politica, più che di valori, programmi, strategie di lungo periodo, vive
di emozioni. Per questo sembra aver copiato tanti aspetti dei media, dalle telenovele televisive agli
spot pubblicitari. Negli anni Settanta e Ottanta le prime soap-novel statunitensi e poi sudamericane,
ottenevano successo presentando personalità molto caratterizzate. Le inquadrature mettevano in
risalto i primi piani, per massimizzare la comunicazione anche non verbale: espressioni, smorfie,
sguardi. Una specie di rivisitazione del repertorio attoriale del cinema muto ad integrare il linguaggio
verbale. Quest’ultimo doveva risultare chiaro, familiare, a volte anche scurrile. Così nel telespettatore
venivano evocate delle emozioni. Sulla stessa linea si muovevano le pubblicità, impostate su forme
di narrazione tese a smuovere anche l’inconscio. Quindi non sorprende che oggi gli stessi “creativi”
che facevano telenovelas e le stesse agenzie pubblicitarie che lavoravano per le marche di automobili
siano nello staff di consulenza dei segretari di partito. Il messaggio politico è diventato una merce.
Del resto in una società capitalista, dove anche l’uomo è merce, prima o poi doveva capitare anche al
leader politico e ai partiti. Una merce che ha come obiettivo un “profitto” specifico: il consenso. Con
una ricerca di massimizzazione di esso, così come col timore di una “caduta del saggio di profitto”
(meno consenso, meno voti, meno like ai post del leader).

La personalizzazione/mediatizzazione è andata a braccetto con la verticalizzazione del potere. Le
sedi e le forme della rappresentanza e della partecipazione sono via via diventate ininfluenti, a causa
dell’affermarsi del sistema uninominale, di un bipolarismo molto imperfetto ma indiscutibile,
dell’elezione diretta per le responsabilità di governo ai vari livelli, del ricorso al referendum per
decidere subito e direttamente su materie bisognose di confronto e di mediazione. Si è assistito alla
coltivazione del mito del capo e al correlato presidenzialismo (ipotesi non a caso all’ordine del
giorno). C’è stato lo spostamento delle decisioni in ambiti sempre più ristretti, all’ultimo piano dei
palazzi ministeriali (mentre interi piani sottostanti restano per ore e ore desolatamente vuoti). Sembra
dunque ritornare l’antica concezione piramidale del potere, con un “faraone” che opera sul fluire della
domanda e della risposta decisionale lungo dinamiche squisitamente gerarchiche. Ci si è ormai
abituati ai sindaci-sceriffo, ai presidenti regionali-governatori, ai governanti- “faccio tutto io”, “se il
popolo mi ha eletto direttamente, sono io che lo rappresento”.

Questa dinamica di personalizzazione/mediatizzazione/verticalizzazione prevede capi, comandanti
leader (e una schiera di fedeli ai capi, comandanti, leader). Molti di loro, facilmente riconoscibili per
presunzione e per io ipertrofico, non sono un effetto collaterale o un “riferimento casuale”, come si
scrive nei titoli di coda dei film, ma una precisa conseguenza dell’impostazione adottata. Non
sorprende neppure che personalità che rientrano nel range del “disturbo narcisistico di personalità”,
possano essere irresistibilmente attratti da una politica di questo tipo. Oltre agli interessi più
specificamente economici, professionali che hanno spesso motivato la “scesa in campo” di un
politico, si aggiunge la possibilità di essere costantemente sotto i riflettori. Molte sono le patologie in
circolo, potremmo parlare di “patocrazia”. E sarebbe interessante approfondire il rapporto tra
narcisismo, sociopatia e posizioni di potere politiche e sociali. Siccome i narcisistici fuori controllo
si connotano per mancanza di empatia, tale mancanza non può che confliggere gravemente con
obiettivi d’interesse comune, di benessere del Paese, di solidarietà, di diritti sociali e di diritti civili.
In simil frangente, la “patocrazia” ottiene anche lo scopo, non trascurabile, di parlare di leader, veri,
presunti o aspiranti tali, di correnti, di clan, e non dei problemi reali della società che i rappresentanti
dovrebbero per l’appunto rappresentare. Assistiamo all’autismo cieco e senza prospettiva di una
politica che vive in un eterno presente: quello del proprio godimento immediato correlato
direttamente con il numero di like sui social, di follower, di audience. Oggi Narciso si specchia su
uno schermo, in un lago di like, in attesa del prossimo sondaggio. E Zeus ha pure il tempo di usare
“figure di vergini che gli si offrono per rincorrere il successo, la notorietà e la crescita economica”
(citazione della lettera di Veronica Lario del 3 maggio 2009 in cui annuncia il suo divorzio da S.B.).

Il cerchio si chiude. Leader, emozioni, “pancia”. E poi risposte “di pancia”, caratterizzate da un
pensiero grezzo e semplicistico, e, di nuovo, l’affidamento al leader. Che “è uno come noi”, non
dimentichiamolo! C’è anche la variante: “Non è uno di noi, ma è esattamente ciò che noi vorremmo
essere”. Purtroppo, in quest’ultimo caso, non si tratta di un’identificazione che porta ad una crescita
individuale, ma di un rispecchiamento alienante.
E se si finalmente ci fossimo stancati di questa impostazione? Scrivo queste righe all’indomani delle
elezioni regionali in Veneto, Campania e Puglia, che hanno visto un record di astensionismo. E se
dietro questo rifiuto di recarsi alle urne ci fosse l’invocazione di qualcosa di diverso, di dimensioni
dell’io più ridotte, di prospettive più ariose, di un ritorno a quote più normali?
Per l’uomo politico – non solo per lui ma soprattutto per lui – la fiducia nella sostanziale bontà
dell’esperienza umana prende la forma di un sistema di valori. Detti valori ispirano progetti storici
che orientano azioni. Tale azioni sono collettive, fatte da persone che si mettono insieme
promuovendo associazioni, sindacati, partiti. Va da sé che valori, progetti, organizzazioni abbiano
traiettorie più alte rispetto alle prospettive (e anche alle ambizioni) del singolo e tempi più lunghi di
quelli individuali. Quindi il politico che si mette su questa lunghezza d’onda dovrebbe accettare che
gli equilibri del momento, per quanto a lui favorevoli, siano sottoposti a verifica ed eventualmente
corretti al fine dell’avanzamento desiderato. E dovrebbe anche essere in grado di dichiarare, se del
caso, la sua sconfitta personale senza che ciò comporti la scomparsa dell’orizzonte complessivo. Anzi,
proprio il permanere di questo orizzonte è l’aiuto indispensabile per elaborare il lutto, diventa
l’appoggio per rialzarsi e riprendere l’impegno, in forme nuove e più mature. Oggi purtroppo
l’oscuramento dei valori, l’assenza di progetti e la scomparsa di qualsiasi legame comunitario portano
ciascuno ad occuparsi unicamente alla propria sorte. Quindi il politico, pur di difendere il proprio
ruolo da leader (o sedicente tale), gonfia il petto, si mette a difendere l’indifendibile, si mette pure a
fare l’influencer o il pagliaccio, impazzisce quando va all’opposizione e, anche quando vince, si
accontenta di vittorie dimezzate, di essere il capo di una minoranza. Che gusto c’è a fare il Presidente
o il sindaco votato solo da un quarto della popolazione? Si può andare avanti così per ancora molto
tempo?
In circolo non c’è solo Narciso, non c’è solo Zeus. Per fortuna c’è pure Spes, ultima dea.

Guardarsi l’ombelico non vuol dire riflettere. Non c’è niente, nella qualità della vita politica italiana,
delle virtù dell’introspezione, che presuppone una capacità di approfondimento dei problemi. Si
naviga sulla superficie, guardandosi allo specchio: narcisisticamente, appunto. Ecco perché il centro
della sua attenzione è se stessa. Ecco perché passa il tempo a parlare di sé, dei propri problemi
personali, delle proprie ritualità, dei propri modesti rappresentanti, commentandone il minimo gesto,
per quanto inutile, o il minimo sospiro, benché irrilevante. Ecco perché si parla di leader – veri,
presunti o aspiranti tali – di correnti, di clan: e non di problemi, della società che i rappresentanti
dovrebbero per l’appunto rappresentare, e che è la giustificazione stessa della politica, che dovrebbe
farsene carico.

La politica si presenta come un’abnorme famiglia patologica. Uomini e donne vuoti e labili: che sanno
posizionarsi solo rispetto alle persone – alla persona del leader da cui dipendono, del padre padrino
politico – e non ai problemi che devono affrontare, incapaci di autonomia. Un vizio a sua volta
coltivato da padri padroni immaturi, che temono anziché auspicare l’autonomia dei propri figli. Il
Bossi che decideva per tutti (e tutti che rispondevano, alle domande sul che fare, “deciderà Bossi”,
nella più infantile mancanza di assunzione di responsabilità); il Berlusconi che, patologicamente, non
prende nemmeno in considerazione l’idea di lasciare il timone ai suoi figli politici, che lui ha creato
(semmai, come Crono, li divora); i notabili del PD che restano saldi nell’occupazione delle loro
posizioni e nella loro volontà di gestire anche il futuro politico dei loro eredi, continuando a intralciare
qualsiasi cambiamento e a orientare il dibattito intorno alle loro figure; il Grillo che tutto decide senza
consultare nessuno e in maniera incoerente, come un bimbo capriccioso, ma vuole che la minima
presa di posizione delle sue creature politiche sia vagliata da un’imperscrutabile rete che lui stesso
controlla, rivendicando un diritto assoluto di proprietà sul movimento che ha creato: e come un
adolescente ribelle si sottrae alle responsabilità della politica, ma vuole fare assumere ai suoi figli
politici il peso delle sue conseguenze. Entrambi infine, padri e figli, affetti da una bulimia grave da
occupazione delle istituzioni e devastazione delle risorse, alla ricerca della propria gratificazione
personale, della soddisfazione dei propri desideri, ignari dell’orizzonte collettivo, della responsabilità
comune, del bene pubblico. In un circolo vizioso che ci riporta all’inizio, all’autismo cieco e senza
prospettiva di una politica immatura, che vive in un eterno presente: il proprio, quello del proprio
godimento immediato. E in questa psicopatologia della vita politica, è al paese che viene tolto il
presente, ed è ai figli, alle nuove generazioni, che viene impedito di affacciarsi sul futuro.
E’ come se il paese fosse in mano a degli psicotici: il cui delirio di onnipotenza è inversamente
proporzionale all’impotenza sostanziale che li distingue. Per liberarlo, per liberarci – mettendo
finalmente la vita reale, e non i politici, al centro della politica – occorre liberarcene. Uccidendo
simbolicamente il padre, come insegna la psicoanalisi. Uscendo dalla riproduzione dei medesimi
meccanismi. Riformando radicalmente le istituzioni. Altrimenti chi ci entra diventa come chi c’è già.
L’abbiamo visto con l’ampio ricambio di persone – all’interno tuttavia dello stesso meccanismo di
cooptazione senza merito, che produce dei figli identici ai padri – emerso con le ultime elezioni: presi
in un meccanismo malato, si sono ammalati tutti della stessa malattia.